La mostra del CONI a Bologna

di Alberto Bortolotti – Foto di Giuliano Veronesi

Il CONI aveva portato questa mostra, finora, in Umbria e in Calabria. Al Nord la molla sono stati i 150 anni della SEF Virtus, la Polisportiva bolognese che nel 2021 compie 150 anni.  L’esposizione è unica, raccoglie tutte le fiaccole utilizzate per i Giochi estivi moderni, da Berlino 1936 a Rio 2016. ed è stata installata al PalaDozza – prestigioso tempio del basket petroniano, ma anche sede di eventi sportivamente indimenticabili, dai grandi match di boxe a tornei di tennis di livello eccelso agli scudetti del volley felsineo fino a esibizioni di calcetto con Maradona, Gullit e Zico -, aperta gratuitamente al pubblico dal 19 al 31 maggio. Uno straordinario successo con le scolaresche ha premiato lo sforzo del Presidente Mattei e del coordinatore di Virtus 150, Luca Corsolini.

Le radici, d’altra parte, non si cancellano. La SEF Virtus – la cui fondazione anticipa di ben 25 anni la nascita delle Olimpiadi Moderne – incarna valori sportivi tramandati e difesi per oltre un secolo dai protagonisti della propria storia. Valori universali che da sempre trovano un riflesso in quelli veicolati, fin dai tempi antichi, dalle Olimpiadi e che sono vera linfa vitale del credo di ciascun sportivo che si rispetti.

Accanto a pannelli che raffigurano la storia delle V nere, da Danilovic a Ondina Valla, da Dordoni a Sirola, sono state messe in scena tutte le 19 fiaccole fino ad oggi utilizzate per i Giochi estivi, a cui si aggiungono le due dei Giochi invernali disputati in Italia, Cortina 1956 e Torino 2006.

Da notare il senso “immaginifico” delle torce e il tentativo del regime nazista di creare un “ponte” ideale con l’antica Grecia. Quando il Comitato Olimpico Internazionale, nel 1931, assegna alla Germania i Giochi del ’36, il tutto vuole significare un appoggio alla fragile democrazia weimariana uscita dalle macerie belliche. Ma l’inflazione galoppante e la spinta dei reduci, maltrattati in quanto simbolo della sconfitta, polarizza il voto sulle estreme. Lo stato diventa ingovernabile e tre nuove tornate elettorali hanno luogo nel ’32 e nel ’33. A ogni elezione il movimento hitleriano cresce (eccezion fatta per quelle del novembre ’32), fino a che il Fuhrer non diventa Cancelliere del Reich nel 33. A quel punto le Olimpiadi vengono – giustamente, dal suo punto di vista – viste come elemento di promozione mondiale tanto che, durante l’effettuazione dei Giochi, si attenuano le misure antisemite e di compressione delle libertà individuali. Positività, del tutto artefatta, da diffondere.

Vengono create non solo le torce, ma anche la staffetta, da Olimpia a Berlino: tutte cose che nei 40 anni di Olimpiadi moderne precedenti non esistevano. L’ispirazione veniva dall’80 avanti Cristo ad Atene. Tanto per inquadrare gli aspetti produttivi di quel momento storico tedesco, fu la Krupp a produrre le torce: tutto il sistema industriale si stava rendendo funzionale all’imminente sforzo bellico, simbolo di una sorta di catarsi mondiale.

I 12 anni di successivo stop, con le edizioni del ’40 . fissata prima a Tokyo, poi a Helsinki – e ’44 – LOndra aveva battuto Roma – cancellate (in due campi di concentramento tedeschi se ne svolse una “imitazione”, tollerata dai kapò), non produssero nessuna restaurazione. Scacciati gli incubi del nazifascismo, la staffetta e le torce diventarono veicolo di pace, progresso e design. Ed è quello che la mostra ha evidenziato. In attesa che un’altra città possa ammirarla.