Elezioni CONI: Malagò vince, il commento USSI

di Riccardo Signori 

 La vittoria di Giovanni Malagò a mani basse (gli antagonisti Renato Di Rocco e Antonella Bellutti capiranno il senso meglio di altri) consentirà al rieletto presidente del Coni di affrontare il quadriennio con un ricco bottino ed un pesante fardello. Il bottino consiste nel consenso ampio, previsto e prevedibile, ma non totalmente certo se è stato necessario munirsi del conforto mordi e fuggi di Franco Chimenti, presidente della Federgolf. E nel bottino va infilata la speranza riposta nel Malagò difensore dello sport assaltato dalla politica, e da ministri (non ex campioni) amanti dello sport, con veemenza sconosciuta in passato. I contrasti con “Sport e salute” sono stati la brutta faccia di questa storia appena cominciata. Sarà meglio che tutti si ricompongano e trovino modo di aiutare il movimento, ovvero risolvere problemi e non crearne. Salvarne l’autonomia. Meno liti e più fatti.

 

Il fardello sarà quello di ritrovare unione e filo comune anche con gli avversari di questa elezione. Di Rocco non è stato, e non è, un avversario per caso, i suoi sostenitori Binaghi e Barelli hanno peso e ruolo. Antonella Bellutti, prima donna a presentarsi candidata alla presidenza del Coni, quindi merita uno “chapeau!”, ha proposto idee che non vanno lette e messe nel cassetto. Un tentativo che potrebbe spingere a pensare realmente ad una presidenza in rosa nel 2025. Forse non a caso sono state elette due donne vicepresidenti: Silvia Salis e Claudia Giordani. E chi vuol intendere, intenda.

Malagò risulta essere il terzo presidente Coni a più lunga durata, ha scelto Milano e il centro Bonacossa per quest’ultima sua rielezione, esattamente dove Giulio Onesti fu eletto per la prima volta: segni, simboli. Riallacciamoli in un racconto storico che non vuol essere fine a se stesso. Chi lavora e ama lo sport deve pensare a difendere atleti, tecnici, dirigenti, società. Lo sport dei campioni e dei grandi atleti è trainante. E va visto in modo positivo l’ingresso in Giunta di Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, cioè di una federazione dai grandi numeri sotto tanti punti di vista: anche se (ahi! ahi!) è stato fra i meno votati.

Oggi il “numero uno” del Coni ha mani libere per dare al movimento italiano la spinta verso il meglio, tre Olimpiadi da affrontare e bisogna riconoscergli di aver incanalato quella verso Tokyo difendendo l’azzurro Italia (e il tricolore sul podio) da tutti i problemi e dall’ostruzionismo dei soliti noti. Forse è un peccato che gli avversari non lo abbiano impegnato un po’ di più: sarebbe stato uno stimolo, un pungolo a giocarsi il quadriennio con ancora miglior determinazione. Ma è vero che il personaggio, con i suoi “pro” e i suoi “contro”, quando si sente in gara riesce a dare il meglio di se stesso. Questa volta la gara è con il futuro, il passato è già glorificato. E noi giornalisti, che seguiamo lo sport con passione e dedizione, potremo sempre ricordare a tutti una frase resa famosa da un film: ”Si può sempre andare via e, a volte, è necessario”.

foto Simone Ferraro