CALCIO A PORTE CHIUSE, È VERO SPETTACOLO? di Felice Accame

di Felice Accame*

In Massa e potere, laddove prende in esame le circostanze in cui si formano masse statiche che accumulano un’energia collettiva che, ad un certo momento, indispensabilmente deve essere scaricata -, Elias Canetti fa tre esempi – quello delle esecuzioni pubbliche,  quello dei teatri e quello degli stadi in cui si gioca una partita di calcio. In tutti e tre i casi, dice Canetti, “dalla sola forza dell’applauso possiamo dedurre quanto una massa si sia costituita”, ovvero il livello della sua unitarietà, perché “l’applauso è la sola misura” di questo fenomeno, “ed è valutato così dagli stessi attori”. Non so quanto la cosa possa valere per chi, sul patibolo, ci rimette la vita, ma sono del tutto convinto che per i protagonisti di ciò che, implicitamente o esplicitamente, si propone come spettacolo le cose stiano in questi termini: chi osserva e come osserva non è mai ininfluente su chi è osservato, a maggior ragione se questi ne è consapevole..

A questa considerazione sono stato portato dalle numerose analisi (ultimamente anche da quella di Paolo Serena sul “Notiziario del Settore Tecnico” della Federazione Italiana Giuoco Calcio) del calcio giocato a porte chiuse in seguito alle misure adottate per fronteggiare la pandemia da coronavirus. Mi sembra più che plausibile, infatti, porsi la domanda su cosa si perda in queste condizioni. Quanto conta il pubblico nella percezione – e nel gradimento – dello spettacolo ?  

La domanda non è affatto nuova. Già nei primi anni Sessanta del secolo scorso, il regista Franco Piavoli dedicò uno dei suoi primi film al calcio, Evasi (e il titolo la diceva già lunga), ma, a quanto accadeva sul campo non dedicò neppure un’inquadratura: tutto il suo interesse fu rivolto agli spalti, dove ogni corpo, ogni volto, ogni gesto, rifletteva una tensione collettiva difficilmente ottenibile altrimenti. Come a dire che il “vero” spettacolo – il dato antropologicamente più rilevante – è in chi guarda e non in chi è guardato. Il rapporto che si viene ad instaurare si alimenta – vive – di un’emozione interattiva. La partecipazione dagli spalti, allora, influisce chiaramente su quanto avviene in campo: gli attori, come dice Canetti, percepiscono i gradi di questa partecipazione e nel loro stesso rendimento ne rimangono condizionati. Come dire che la qualità stessa del gioco espresso, in assenza di pubblico, non può che diminuire.

Una risposta alla domanda, però, non può fermarsi a questa consapevolezza, perché i “pubblici” sono almeno due. Infatti, il calcio giocato a porte chiuse non è giocato soltanto per motivi tecnici – per esempio, portare a termine un campionato nel rispetto del regolamento -, ma anche economici. E qui occorre riflettere sulla seconda natura del calcio come spettacolo – ovvero sul fatto di essere anche (e soprattutto, in rapporto al ritorno economico) spettacolo “televisivo”, ovvero visto da lontano da qualcuno che non è presente sul posto.

Mi son sempre chiesto quanto serva davvero, ai fini del gradimento di un pubblico televisivo, la presenza di un pubblico in sala nei vari spettacoli televisivi. In buona parte dei casi – soprattutto dei primi casi, diciamo degli anni Cinquanta e Sessanta – il pubblico in sala funzionava, come nel caso del calcio, da moltiplicatore di energia; evitava all’attore, al cantante, al musicista, di sentirsi solo; si costituiva in destinatario ed in interlocutore partecipe. Tuttavia, in altri casi – con il tempo, sempre più numerosi -, il pubblico presente in sala è del tutto privato di qualsiasi dimensione partecipativa ed è ridotto a mera presenza scenica. Non solo: in molte circostanze, quando questo pubblico applaude lo fa in modo palesemente forzoso – assecondando un automatismo che, al limite, non rispetta neppure quel minimo di coerenza che occorre tra ciò che si dice e l’emozione che dovrebbe suscitare. L’applauso diventa un orpello artificioso – un po’ come le risate preregistrate inserite nei telefilm americani -, il segnale tipico di un inganno in atto.

Questa consapevolezza dovrebbe mettere in allarme i responsabili dell’organizzazione calcistica, da un lato, e chi ne compra il prodotto, dall’altro. Ad ogni consumatore ingannato – tradito – corrisponde un processo di disaffezione. Il mondo del calcio non ha mai brillato né per coerenza né per lungimiranza – e di contraddizioni ne ha accumulate parecchie nel corso della sua storia. Sarà bene, allora, che faccia buon viso a cattivo gioco, senza compromettere ulteriormente – tramite soluzioni posticce determinate dall’urgenza – il patrimonio costituito dal rapporto con il suo pubblico. Chi, invece, sul calcio investe – chi lo gestisce televisivamente – punti sulla qualità del suo prodotto. Colga l’occasione per innovare le modalità con cui il calcio viene raccontato – oggi altamente standardizzate, troppo – recuperando competenze nell’analisi – responsabilità di giornalista non voce di tifoso –  senza disgiungerle da quella grana emozionale collettiva che è parte costitutiva della natura stessa del gioco del calcio.  

 

P.S.

Altrettanto legittima – perché un rapporto di causa e di effetto è sempre ponibile tra qualsiasi evento – è la domanda relativa alle eventuali disaffezioni di chi sta davanti allo schermo televisivo in seguito al vuoto che caratterizza lo stadio in cui si gioca la partita che sta guardando. Ovviamente, è questione di operare mentale. Possiamo sempre incorniciare mentalmente qualcosa o mantenerlo separato dal suo contesto. A seconda degli scopi che ci muovono e a seconda di chi ci guida alla percezione. Se il secondo è così bravo da saper interpretare e soddisfare i primi continueremo a restare davanti allo schermo; se no, o cambiamo canale o spegnamo.                

 

 

* Felice Accame è docente di Teoria della comunicazione

al Centro Tecnico di Coverciano e, dal 1990, consulente della FIGC

per il Centro Studi del Settore Tecnico