TOUR: Grazie, “italiano” Bernal! di Nando Aruffo

 di Nando Aruffo

(nella foto Giulio Ciccone con la maglia gialla)

Il Tour prende, il Tour dà. L’anno scorso Chris Froome si era dovuto arrendere alla prestazione migliore del compagno di squadra Geraint Thomas e quest’anno Geraint Thomas ha dovuto riconoscere che il suo giovane gregario Egan Bernal avesse più energia e fosse giusto, corretto e leale dargli via libera.

Thomas prende e vince il Tour l’anno scorso; Thomas dà e il Tour di quest’anno lo vince Bernal.

Bernal ha soltanto 22 anni ed è uno che impara in fretta.

Che felicità sentirlo esprimere in un minuto, sul podio del Tour, con emozione e con grande intelligenza la gioia di un ragazzo proiettato in una dimensione impensabile fino a un mese fa. Un minuto, quattro grazie in quattro lingue: in inglese per la sua squadra inglese, in francese per il Tour, in colombiano per i suoi concitandini e… “Grazie Italia, perché sono cresciuto lì e sono un po’ italiano”.

E’ stato un Tour mai banale: da apprezzare la prontezza di riflessi degli organizzatori che hanno interrotto la 19ª tappa (arrivo in salita a Tigne) per la grandinata e la frana che hanno invaso la strada in Val d’Isère. Ci ha meravigliato positivamente il francese Julian Alaphilippe, ragazzo impreparato a gestire tre settimane di corsa ma esaltato dalla maglia gialla: l’ha tenuta per 14 giorni e poi si è dovuto arrendere a salite per lui indigeribili, premiato giustamente quale corridore “supercombattivo”. Ci è dispiaciuto il ritiro di Thibaut Pinot, quand’era quinto in classifica, per un problema muscolare alla coscia sinistra alla 19ª tappa. Sopra tutti, l’amarezza è profoda per i ritiri di due corridori italiani causa cadute: qualche sbucciatura per Giacomo Nizzolo alla 12. tappa; mentre Alessandro De Marchi, caduto nella nona tappa, ha dovuto subire un’operazione a Saint Etienne per la riduzione della frattura scomposta della clavicola sinistra.

Egan Bernal, colombiano di 22 anni, ha vinto uno dei Tour più avvincenti degli ultimi anni con una condotta di gara attenta e ligia alle indicazioni dei suoi direttori sportivi e un attacco – uno e deciso – negli ultimi chilometri della salita dell’Iséran, al terz’ultimo giorno di corsa. E’ al quarto anno da professionista, scoperto da Gianni Savio (che di sudamericani ne ha lanciati tanti): due anni nell’Androni e poi due stagioni sportive con la stessa società che ha soltanto cambiato sponsor: prima Sky, adesso Ineos (ma non è cambiata la struttura tecnica della squadra).

Quest’anno Bernal ha vinto, nell’ordine, Parigi-Nizza, Giro di Catalogna e Giro di Svizzera prima di vincere anche il Tour. Non ha corso il Giro d’Italia, perché si è fratturato una clavicola in allenamento ad Andorra e senza quell’incidente avremmo vissuto un altro Giro e un altro Tour.

E’ il primo colombiano a vincere la Grande Boucle (il più giovane in assoluto dal Dopoguerra) e la sua giovane età lascia presagire per lui un futuro roseo: ha potenzialità tutte da scoprire.

ITALIA – Per tornare a casetta nostra, da Bruxelles sono partiti in quindici; a Parigi sono arrivati in tredici.

Seguiamo l’ordine della classifica.

14° Fabio Aru a 27’36”. Bravissimo. Operato all’arteria femorale della coscia sinistra il primo aprile scorso, non avrebbe dovuto disputare il Tour ma, una volta deciso di correre, non si è mai risparmiato. E’ questo che desideriamo vedere. Grazie, quasi omonimo Fabio.

31° Giulio Ciccone a 1.20’49”. Il ritardo non conta, contano i due giorni in maglia gialla all’esodio. A 24 anni, lo scalatore abruzzese si candida per un ruolo da protagonista sulle grandi salite dei grandi giri.

39° Vincenzo Nibali a 1.37’02”. Se il ritardo non conta per il giovane Ciccone, figuriamoci se può contare per chi ha vinto il Tour 2014, due Giri d’Italia, una Vuelta (per limitarci ai grandi giri). Conta la bellissima vittoria in cima alla lunghissima salita di Val Thorens: ultima tappa vera del Tour (gli Champs Elysés sono da sempre la passerella finale) conta che, una volta accettato obtorto collo di partecipare, non abbia voluto ritirarsi. Quello che non ci è piaciuto è stato l’arrendersi alla prima salita, Les Planches des Belle Filles e vederlo arrivare in altre tappe da solo senza nessun compagno di squadra al fianco. Nibali ha vinto la tappa con un’azione solitaria in salita negli ultimi 13 chilometri resistendo al ritorno degli avversari: vuol dire che, quando vuole, Nibali è ancora Nibali. Non ha corso un Tour da… Tourista.

52° Matteo Trentin a 1.57’38”. Vince per distacco la tappa di Gap a conclusione di una lunga fuga e tanta tanta intelligenza tattica. Bel riscatto dopo che nella tappa di Bagneres-de-Bigorre ci era andato vicino e si era dovuto accontentare del numero rosso quale premio per la combattività.

58° Damiano Caruso a 2.07’15”. Compagno di squadra di Vincenzo Nibali, quasi sempre vicino al suo capitano, ha la soddisfazione – anche grazie al corregionale siciliano – di passare per primo sull’Izoard, la cima più alta di questo Tour e, particolare importante, scoprire che L’Equipe, il giornale della società che organizza il Tour, gli dedica due pagine tutte per lui.

65° Fabio Felline a 2.15’03”. Lanciato da Gianni Savio come Bernal. Si è visto soltanto a sprazzi: può fare di più.

69° Alberto Bettiol a 2.19’06”. Il vincitore del Giro delle Fiandre ha cercato la fuga di giornata per vincere una tappa ma non ci è riuscito.

84° Gianni Moscon a 2.47’23”. Uomo di fatica nella Ineos di Thomas e Bernal. Lì, in quella squadra, non puoi avere grilli per la testa ma essere un soldatino: devi dire sì e pedalare quando ti dicono loro e come ti dicono loro.

85° Sonny Colbrelli a 2.48’27”. In squadra con Vincenzo Nibali, aveva licenza per disputare qualche volata e doveva fare tutto da solo.

88° Andrea Pasqualon a 2.53’25”. Un paio di piazzamenti tra i primi dieci. A un velocista come lui che non corre in una squadra di prima fascia, non si può chiedere la luna.

89° Daniel Oss a 2.54’56”. Leale. Ha assolto pienamente al compito di fare arrivare il capitano Peter Sagan in maglia verde (vincitore della classifica a punti) a Parigi.

130° Elia Viviani a 3.52’37”. Non solo ha vinto una tappa (la quarta: Reims-Nancy) ma si è anche distinto in un ruolo non suo: mettersi a tirare in testa al gruppo quando il suo compagno di squadra Julien Alaphilippe indossava la maglia gialla.

137° Niccolò Bonifazio a 3.59’44”. Un signore dopo la volata di Tolosa: ostacolato seppur involontariamente da Ewan non fa polemica. Ma che peccato il terzo posto nell’ultima volata ai Campi Elisi!

E ora buone e meritate vacanze a tutti e a tutte.