ALLENATORE E GIORNALISTA: LA DELICATA SCELTA DEL PRONOME di Felice Accame

 Felice Accame *

Nel suo famoso “Cantico delle creature”, San Francesco si rivolge a Dio con il “tu”. Inizia col dire “Altissimo, onnipotente, bon Signore/ tue so’ le laude, la gloria, etc.”, non dice “Sue so’ le laude, la gloria, etc.”. La scelta del pronome è significativa: non è mancanza di rispetto, ma segno della volontà di un’espansione – di chi non può nulla in chi può tutto.

Come tutti, l’allenatore – ovvero una persona deputata a guidare altre persone, come singoli e come collettivo – è posto di fronte ad una scelta: con quale pronome è più opportuno rivolgersi ai calciatori? E che pronome dovranno usare i calciatori nei suoi confronti? Sono domande che riflettono problemi di non facile soluzione, perché, semplicemente, ogni contesto è diverso dall’altro. In genere, il tipo di rapporto tra allenatore e giocatore implica che il primo dia del tu al secondo, mentre il secondo dà del lei al primo. Un po’ come a scuola o nell’esercito – c’è un’asimmetria di ruolo che fa sì che questa differenza sia accettata da entrambe le parti senza che ciò comporti un deterioramento del rapporto. Negli ospedali o nei cronicari, l’abitudine degli infermieri di dare del tu ai pazienti anziani è spesso percepita come umiliante e basterebbe – o dovrebbe bastare – questa consapevolezza per dissuadere chiunque dal metterla in pratica.

Però, fra l’allenatore ex-calciatore e giocatore – che hanno giocato insieme o anche contro nel passato – sarà difficile non darsi del tu, un tu di reciprocità – e ciò verrà a costituire un’asimmetria nei confronti con gli altri giocatori che, non avendo conosciuto l’allenatore precedentemente, gli danno del lei. Sono questioni delicate da verificare caso per caso – in rapporto alla storia personale dei protagonisti, all’età, alla considerazione del rispetto reciproco e, soprattutto, in rapporto all’autonomia che l’uno concede all’altro.

Queste riflessioni mi sono suggerite da un “andazzo” che ha ormai preso piede nelle trasmissioni televisive dedicate al calcio dove, spesso per non dire sempre, sono coinvolti gli allenatori. Ho notato che, sempre più volentieri giornalista e allenatore si danno del tu. E, al contempo, ho notato che, sempre più volentieri, la discussione degenera in contestazione – da una parte e dall’altra: i toni si accendono, la critica degli aspetti “tecnici” scivola sugli aspetti più personali e irrompe tutto quel deleterio che le barriere professionali – a ciascuno il suo ruolo – riuscivano a contenere. Come se il passaggio dal lei al tu costituisse una sorta di lasciapassare per l’imbarbarimento del rapporto.

Il sociologo Erving Goffman, d’altronde, aveva già fatto notare che chiamare qualcuno per nome proprio anziché per cognome significava ridurre la cerimonialità nella relazione umana e, in pratica, rinunciare a quel minimo di circospezione con cui, nella maggior parte dei casi, ci inoltriamo nel rapporto con l’altro. Nell’uso dei nomi e dei pronomi, insomma, è implicita la regolamentazione della nostra vita sociale: si mette in gioco il rispetto dei ruoli e, conseguentemente, il rispetto di chi quel ruolo sta interpretando; a seconda delle scelte effettuate si attenta o si salvaguarda l’autonomia propria e altrui. Il tu con cui ci si espande nell’altro – il tu di San Francesco che addirittura si espande in Dio – è il segno dell’amore, dell’amicizia nella lealtà, della compartecipazione affettiva. Può dare il via alla più proficua cooperazione. Ma un tu dettato dalle convenienze – o anche dal semplice e banale calcolo economico – non si espande da nessuna parte; è un falso, un tu di facciata; è un rischio; pone comunque i presupposti per il superamento di quelle barriere che, così come possono proteggere chi detiene un potere (quello del giornalista, ma in certi casi anche quello dell’allenatore), alla stessa stregua possono proteggere anche dal potere stesso. 

In questo caso, allora – alla luce di queste considerazioni -, forse una regola generale non è difficile a formularsi: tra il Mister e il giornalista – tra il “grande” giornalista o tra il “piccolo” giornalista non farei mai differenze – è meglio evitare il tu. Perché tramite un pronome non ci si ritrovi poi con dei vincoli indesiderati e indesiderabili.

* Docente di Teoria della comunicazione ai corsi indetti dal Settore Tecnico della Federcalcio di Coverciano, e coordinatore del Centro Studi e Ricerche del Settore Tecnico. E’ autore di numerosi saggi.