Il presidente Ferrajolo ricorda Azeglio Vicini sul “Corriere dello Sport”

nella foto: Azeglio Vicini con il presidente Ussi Luigi Ferrajolo e Fabio Capello al 3° Seminario Ussi-Figc a Coverciano nel 2009

dal: Corriere dello Sport

Ci siamo conosciuti al Tre Fontane, ad un derby primavera. Ero appena arrivato al “Corriere” e lui allenava la nazionale Juniores. A fine partita mi chiese un passaggio per la stazione, lo accompagnai con la mia Dyane gialla, che era tutto un programma, al primo treno per Milano. Da quella domenica piena di sole, abbiamo incominciato a salire le scale insieme, lui come tecnico azzurro, io nella mia professione. Tutti gli scalini, uno per uno, alcuni bellissimi, altri faticosi, ma sempre insieme, perché era davvero difficile non andare d’accordo con lui. Ne ho conosciuti di ct in quarant’anni, alcuni bravi, altri meno, uno sicuramente geniale, ma nessuno come Azeglio Vicini dal punto di vista umano. Romagnolo sino al midollo, eterno ottimista, cordiale, mai rancoroso, pronto a mediare, a capire,  incapace di farti un torto, uno sgarbo. Domava i giornalisti col sorriso, con la battuta felice, mai un ringhio, un’accusa. Una lezione di vita, prima che di calcio.

Non era un genio, il suo calcio rifletteva la sua indole: era il calcio del buon senso, senza picchi, ma con una visione di fondo sempre equilibrata, corretta, positiva. Partì da quella Juniores nella quale c’erano ragazzini come Cabrini e Paolo Rossi, raccolse i primi frutti con la Under 21 più bella, quella di Vialli e Mancini, Zenga e Giannini, con cui sfiorò il titolo, perdendo la finale con la Spagna ai rigori. Era la squadra che subito dopo avrebbe promosso in blocco, quando nell’86, dopo il fiasco messicano, diventò ct. Bearzot non lo amava, forse perché lo vedeva come un rivale, si fidava molto più di Cesarone Maldini. Quel mondiale in Messico si rivelò un disastro e Bearzot pur di non averlo tra i piedi, fece girare Azeglio come una trottola, mandandolo ad osservare le partite più lontane e inutili. Azeglio accettò in silenzio ma un giorno a Puebla mi confidò che, prima di lasciare l’Italia, Carraro lo aveva convocato al Coni e gli aveva detto: se il mondiale va male, prenderai il posto di Bearzot. Il mondiale andò malissimo, Bearzot si propose come dt, con Zoff  allenatore, ma Carraro fu di parola.

Vicini non ha avuto mai troppa fortuna. Perse il mondiale italiano senza una sconfitta e per un’uscita sbagliata di Zenga su Caniggia. Mi confidò sino alla vigilia che era indeciso su Schillaci, ma la sua casa di Brescia da mesi era invasa da cartoline, con cui gli italiani gli chiedevano di convocare Totò. Il suo buon senso lo aiutò a scegliere bene, le notti mondiali si illuminarono con i gol e gli occhi sbarrati di Schillaci. Furono giorni difficili, con una pressione enorme e nel ritiro ai Castelli non tutto filò liscio. Francesco Rocca, il suo vice severo, scoprì che qualche azzurro la sera scappava dal ritiro. Quando glielo riferì, Vicini sorrise: “Ok Francesco, ma fai conto di non avermelo detto”. Gestiva la squadra con il buonsenso del padre di famiglia, amava i suoi giocatori, se poteva li perdonava, li difendeva sino alla fine.

Quando la finale sfumò, Matarrese avrebbe voluto esonerarlo immediatamene, Petrucci lo frenò in tempo, ma ormai la storia era finita. Anzi, finì completamente su quel palo di Rizzitelli a Mosca, che ci negò la qualificazione europea. Il rimpianto di Italia 90 non gli ha mai intossicato la vita, ha sempre saputo coglierne i lati migliori, più belli. Era difficile non volergli bene e per questo, forse, gliene ho voluto tanto.

Ciao caro Azeglio, siamo sempre quelli della Dyane gialla.