La morte di Mondonico e il ricordo di Roberto Beccantini. Gira, il Mondo, gira

pubblicato da Roberto Beccantini sulla sua pagina Facebook
Sembra un bollettino di guerra. Azeglio Vicini, Davide Astori. L’ultimo, «caduto» oggi, è Emiliano Mondonico. Aveva 71 anni, e da sette combatteva contro un tumore all’addome. La sedia di Amsterdam come simbolo, una Coppa Italia con il Toro e una semifinale di Coppa delle Coppe con l’Atalanta come scalpi: e che scalpi. Uno che amava più i Rolling Stones dei Beatles; uno che per i primi, pur di non perdersi un concerto, si fece squalificare; e che per i secondi sarebbe andato dietro alla Dea fino a Liverpool, se la «bestia» non avesse avuto altre idee.
Sbocciò a Cremona, giocava all’ala, e se ne parlava come di un nuovo Meroni. Calzettoni giù, dribbling vintage, poi un baffo che Vladimiro Caminiti avrebbe definito «circasso», con quell’aria un po’ così, da ribelle prima e da savio poi, come predicava François de La Rochefoucauld: le persone anziane amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi.
La trattoria in riva al fiume Adda, dove era nato, l’impegno nel sociale, la lunga battaglia. Il suo calcio da mister non fu mai il suo calcio da giocatore. Italianista convinto, si sentiva più Toro Seduto che generale Custer, ogni partita era un Little Bighorn, e per questo fece del contropiede il suo manifesto. Al diavolo il tiki-taka. Sapeva accendere il popolo, più che governarlo.
Dopo 25 anni è tornato sulla sedia che ad Amsterdam, in occasione della finale-bis di Coppa Uefa fra Ajax e Toro, brandì al cielo. Pareva proprio da rigore, la caduta di Roberto Cravero. «In quel momento sembrava evidente… poi rivedendo le immagini ho subito pensato: mannaggia Roby, cosa mi hai fatto fare» (da Tuttosport del 18 giugno 2017).
Colpì tre pali, quella sera il Toro. E subì quattro interventi, in questa vita Emiliano. Gira, il Mondo, gira.