Daniele Redaelli: il collega Luigi Garlando sulla Gazzetta lo ricorda così

  1. Milano 2 gennaio 2018 – Il 31 dicembre è mancato Daniele Redaelli. Aveva 65 anni e per oltre 40 ha lavorato in Gazzetta, diventandone una colonna portante, un collega amato da tutti e un esempio raro di competenza, passione, senso di appartenenza. Il funerale di Daniele sarà celebrato a Sesto San Giovanni presso la Basilica Santo Stefano, mercoledì 3 gennaio alle ore 10. La camera ardente sarà aperta martedì 2 gennaio dalle 8.30 alle 17 all’Ospedale di Vimercate.

Il ricordo scritto da Luigi Garlando per il collega e maestro appena scomparso: un campione di giornalismo, umiltà  e attenzione per il prossimo.

Ciao Daniele Redaelli, maestro umile e inimitabile

Daniele Redaelli, per oltre 40 anni colonna e maestro in Gazzetta
Ho scritto queste righe prima di tutto perché ne avevo bisogno e poi per provare a raccontare chi era Daniele Redaelli ai colleghi più giovani che lo hanno solamente sfiorato o intuito attraverso testimonianze laterali. Parto proprio dai giovani. La Gazzetta ha perso il suo Mino Favini, cioè il maestro professionale più prezioso che abbia avuto nella sua storia moderna. Per costituzione Daniele era portato a insegnare e a trasmettere con passione. Le redazione degli Sport Vari, che dirigeva, è stata una cantera privilegiata per tanti. Non c’era posto migliore per crescere.
Daniele si torturava le dita, si strappava la pellicina soprattutto nei momenti di grande concentrazione. Lo faceva sempre quando chiudeva il Tuttenotizie. Se c’è un sancta sanctorum nella Gazzetta è proprio quel tabernacolo di pallini di sport cosiddetti minori che gli altri giornali non hanno e che ha sempre rappresentato un nostro orgoglio. Chi non ne apprezza il valore, non ha capito la Gazzetta fino in fondo. Daniele celebrava volentieri la chiusura del Tuttenotizie. La riduzione dei righini eccedenti gli costava lunghe torture alle falangi, come se ogni parola tagliata fosse una mutilazione. Era Noè che non voleva lasciare a terra neppure una coppia di scarafaggi. Quella sofferenza era già una grande lezione: il rispetto non solo per la notizia, per umile che fosse, ma per ogni singola parola di quella notizia. E da quella lezione sgorgava quella successiva, più generale: il rigore assoluto per ogni lavoro di desk che pur non meritava la dignità di una firma.
Ancora oggi, dalla sua operosa pensione, Dan mi messaggiava spesso: “Luis, hai visto cosa avete scritto a pagina 5 del calcio?” La prima forma di amore per un giornale è leggerlo tutto, dalla prima all’ultima riga. Daniele ha conservato la passione dell’innamorato e l’occhio del correttore che è stata la sua prima occupazione in Gazzetta. Gli chiedevo scusa. Sentivo che quel refuso gli era costata una fitta e forse una pellicina. Era la mia rassegna stampa.

Ho avuto il privilegio di crescere nella sua cantera. In due anni di praticantato non mi è riuscito una sola volta di pagare una cena della domenica sera al Vecchio Porco. Pagava sempre lui. Sentirete ironie sulla “Gazzetta di una volta”, sulla mistica di Candido del “giornale-famiglia”. Cose d’altri tempi. Forse. Io so solo che di quelle cene della domenica cui partecipavano regolarmente 15-20 persone, dagli ultimi stagisti ai primi capiredattori, ho ricordi solo piacevoli e so che mi aiutarono molto a sentirmi presto uno della squadra. Ci ripenso a volte, quando alla sera in mensa vedo quattro stagisti seduti da soli a un tavolo, staccati dagli altri colleghi. Dan l’avrebbe permesso? Una sera, dopo il Vecchio Porco, è scattata una sfida a calcio nel piazzale della Vecchia Fiera. Non esattamente uno spettacolo estetico vedere Paolo Condò e Daniele Redaelli in boxer e mocassini rincorrere un pallone, ma ci siamo divertiti parecchio. Da praticante mi ha spedito a Singapore per un Mondiale di sci nautico, a Parigi per un Europeo di hockey su prato, a Lisbona per uno di hockey su pista. Il resto del giornale scherzava sull’Agenzia Viaggi Varie, ma quelle trasferte a invito delle federazioni erano una grande palestra per imparare il mestiere di inviato: senza pressioni esagerate, né ansie di buchi, imparavi a viaggiare, a scrivere, a gestire un evento, a crearti contatti. E ti divertivi. E quando Dan ti diceva “ti mando a Singapore”, aveva negli occhi una gioia superiore alla tua. Sembrava il padre che si era fatto un culo di straordinari per permettersi l’orgoglio di un figlio all’Erasmus.

GENEROSO – Chi ha conosciuto bene il Reda lo sa a memoria: era felice se riusciva a fare felice qualcuno. Se la sua anima aveva una forma, era questa: la generosità. Per questo probabilmente non è diventato un grande inviato, per avendone i mezzi, perché da inviati ci si ritrova troppo spesso soli e ad avere a che fare solo con la propria scrittura e con la propria firma. Invece Dan aveva bisogno di sentirsi il giornale addosso, di vestire la redazione come un abito, di lavorare al centro di una piazza nel giorno di mercato e di avere a che fare con i pezzi degli altri. La redazione era il suo habitat naturale, il branco dei colleghi la sua gioia. Ha scelto il desk, ma non dimenticate che cosa ha scritto. Andate a rileggervi le sue cronache di pugilato o il reportage dal cimitero di Montecarlo quando morì Stefano Casiraghi in una gara di motonautica o la biografia di Riccardo Cassin, alpinista e partigiano. Daniele aveva una scrittura pulita che prendeva forza quando lo zoom andava a cercare i particolari. Amava scrivere anche per gioco. Si sedeva al tavolino di un bar o nella carrozza di un treno, osservava le persone che aveva di fronte e le descriveva provando a indovinare la loro vita interpretando dettagli come tracce. “Luis, ho dei raccontini nuovi da farti leggere”.

Daniele sarebbe stato un grande direttore. Aveva le due virtù principali: competenza e carisma. Negli ultimi 25 anni di Gazzetta non ho incontrato nessuno con una conoscenza sportiva più enciclopedica della sua, dal calcio alle altre discipline; nessuno che abbia riscosso più stima trasversale nelle redazioni e più considerazione dai vertici dello sport italiano. Gli mancava però la terza virtù fondamentale per un direttore: la voglia di diventarlo. Mai stato tipo che allargava i gomiti o chiudeva alle transenne, anzi si è spostato spesso al centro della strada per agevolare i sorpassi altrui. E così il Che di Sesto San Giovanni si è ritrovato in fureria a spillare note spese, ma mai con il sangue avvelenato, sempre con lo stesso sorriso e la stessa disponibilità per gli altri: una delle sue gloriose forme di grandezza.
Ha cominciato la carriera cantando il più grande di tutti, Muhammad Ali, l’ha chiusa dedicandosi ai più piccoli, agli ultimi: i carcerati, gli amputati di Emergency in Afghanistan, i terremotati, i bambini delle periferie disagiate. Daniele di recente si è avvicinato alla chiesa cattolica. Raccontava di una Via Crucis vissuta all’interno del Colosseo come un tempo raccontava dell’assalto del Che alla caserma di Santa Clara. Con gli stessi occhi lucidi. Ma chiariamo: Daniele non è mai stato un santo da calendario. Quando s’incazzava faceva tremare le mura di Solferino. Un tempo tuonava bestemmioni che incrinavano il cielo. Le sue spettacolari invettive hanno fatto storia. “Vorrei che a quel tipo capitasse…” seguivano cinque minuti di torture dettagliatissime, tanto feroci quanto irresistibili. Un giorno scese in tipografia dopo aver litigato con un proto per telefono e sradicò una porta dai cardini, salvo poi spiegarsi e abbracciare il proto perché anche nella scala gerarchica aziendale, lui nato nella Stalingrado d’Italia, assunto come correttore, era più a suo agio con la base che con il vertice.
ritardatario — Altrettanto proverbiali erano le scuse con cui mascherava ritardi e assenze in redazione. Esaurite quelle tradizionali, un giorno ricorse a un cervo che gli aveva sbarrato il cammino in autostrada. “Solo tu Daniele puoi trovare una minchia di cervo in autostrada!”, ruggì Cannavo’. Ragazzi, se un giorno frenerete davanti a un cervo in autostrada, sappiate che quello è il cervo di Daniele Redaelli. Dan non era un santo, ma aveva una santità tutta sua, evangelicamente gloriosa, che lo portava a spendersi per gli altri. A cominciare dagli ultimi. Valeva uno dei “pretacci di strada”, tanto cari a Candido. In queste ore il mare di bene che ha versato gli sta tornando indietro via social con uno tsunami impressionante, ondate emozionate di gratitudine e di affetto. Per gli amici non parliamo. Un collega se lo è ritrovato a sorpresa al battesimo del figlio. Dan si era informato di nascosto presso il comune di Sturno su luogo e orari della cerimonia e si è presentato puntuale. Sturno sarà anche la “piccola Svizzera”, ma è pur sempre Avellino.
“sono di strada” — Eri rimasto senza benzina a Turku, in Finlandia? Chiamavi Daniele e ti rispondeva: “Arrivo, sono di strada”. Lui “era di strada” dappertutto e, dove serviva una mano, arrivava. Se invece che a Houston, avessero telefonato al Reda, “Abbiamo un problema”, lui avrebbe risposto “Arrivo, sono di strada” e avrebbe fatto un salto sulla luna. Se n’è andato il 31 dicembre, in uno dei pochi giorni in cui i giornalisti non lavorano, per non dare fastidio ai colleghi. Qualche settimana fa, quando aveva già cominciato i cicli di chemio, guidò fino a Pordenone per il funerale della figlia di Primo Carnera. Al ritorno era così debole che lo misero sotto flebo e sospesero la chemio. Da lì è partito il peggioramento che l’ha portato via. Lo ammise in ospedale: “Stavolta ho esagerato. Mi sono stancato troppo con quel viaggio a Pordenone. Ma non potevo non andare a quel funerale”. Daniele era così: ha vissuto per gli altri, fino alla fine.
Nei giorni scorsi, poco per volta gli si sono spente tutte le funzioni vitali. Ieri, fermatisi i polmoni, gli è rimasto vivo solo il cuore. I suoi amici più cari gli si sono stretti attorno e lo hanno accompagnato nell’ultimo tratto. Abbiamo seguito sul monitor della rianimazione i numerini verdi delle pulsazioni cardiache che precipitavano: 50,.. 39… 16… 4… 3… 2… 1… 0… È suonato l’allarme, poi di colpo i numerini sono risaliti 10… 20… Il cuore di un gigante, del nostro Primo Carnera. Chi ha vissuto Daniele per 30 anni sa bene quanto fosse grande. Quel cuore ha lottato come un leone fino all’ultimo battito. La lezione più grande di tutte, quella estrema, la più importante: aggrappatevi con passione alla vita, sempre. Il pomeriggio del 24, l‘ultima volta che ho parlato a Daniele, mi spiegava: “Io voglio vivere, perché sono felice delle cose che ho”.
sempre all’attacco — Abbiamo parlato anche dell’Inter, una delle sue fedi. Il suo mito naturalmente è stato Zanetti, il capitano, mediano che sgobbava per gli altri. Quando seguiva le partite in redazione e le cose per l’Inter si mettevano male, rimbombava il suo urlo di guerra: “Dai, dai, dai!” Lo stesso urlo con il quale incitava la squadra delle Varie nelle mitiche sfide della Christmas Cup contro la Redazione Calcio. Ne decise una con una puntata su rigore che nel ricordo resterà più bella del gol di Maradona a Messico ’86. Il Reda ha vissuto così, sempre all’attacco (“Dai, dai, dai!”), trascinato da un cuore enorme che ha lottato ben oltre la speranza. Ci lascia la sua forza e il suo coraggio. Sono sicuro che nei momenti di disperazione ci rimbomberà in testa il suo “Dai, dai, dai!” e ci aiuterà ad andare avanti. In qualche modo Dan sarà sempre con noi, ovunque saremo, perché lui tanto è di strada.

Luigi Garlando (da www.gazetta.it)

Il presidente Luigi Ferrajolo, il consiglio direttivo e gli iscritti all’Ussi, sono vicini alla famiglia per la perdita del loro caro e sono profondamente addolorati per la sua prematura scomparsa.