Il caso Donnarumma è pane e marmellata. Dibattito aperto su quanto sta accadendo in casa Milan

Con questo primo pezzo affidato al vicepresidente vicario dell’Ussi Riccardo Signori, la redazione del sito intende aprire uno spazio aperto alle riflessioni e ai commenti di coloro che ci leggono. Una finestra che guarda all’attualità e che sarà aperta almeno fino a settembre, cioè fino quando non verrà creata una sezione apposita dove potranno confluire le idee di coloro che ci seguono e che già ringraziamo anticipatamente. Per ora, qualsiasi vostro contributo, è possibile inviarlo alla e-mail dell’Ussi: segreteria@ussi.it.  

 

I  nella foto: Riccardo Signori

l caso Donnarumma è stato pane e marmellata per giornali e giornalisti. Ne vorremmo uno al mese, magari le copie vendute aumenterebbero. I tormentoni sportivi a lunga durata sono il godimento per chi se ne occupa: ogni tanto stufano, qualche volta esaltano le voglie investigative. Però il caso Donnarumma implica anche altre riflessioni.

La prima: comunque vada, non è stato un successo. Il portiere milanista ha perso un pizzico di faccia, di quella bella faccia che aveva incoronato l’inizio della sua avventura professionale nel Milan. Vale l’assoluzione per la giovane età, ma anche a 18 anni bisogna lavorare con la testa propria, prima di affidarsi a terzi(leggi procuratore, nel caso Mino Raiola) senza mai mediare tra gli interessi del portafoglio, la logica del cuore ed anche del rispetto per la società che ti ha cresciuto.

Seconda riflessione: ancora una volta le società hanno sbagliato i conti. L’assetto professionistico seguito al caso Bosman, ed anche altre situazioni createsi negli ultimi anni fra dilettanti e professionisti, permette libertà estreme, talvolta alle società, talaltra ai giovani giocatori, con annessi genitori o giudici tutelari. Domanda: è giusto, e giustificato, che un club capace di crescere e scoprire talenti non possa decidere come impiegarli, almeno fino ad una età superiore ai 18 anni, per averne un ritorno? Le società dilettantistiche vengono compensate da un quantum, quelle professionistiche devono stare attente alla rapacità dei procuratori e alla scarsa sensibilità dei giovani calciatori cresciuti in casa.

Il caso Donnarumma mette insieme le problematiche. E quando Fassone, ultimo manager factotum del Milan, afferma “Raiola sa fare il suo mestiere” non favorisce l’immagine dei club. Come risposta si può pensare: allora chi gestisce non sa fare il suo mestiere. Non è così. Le società, in anni recenti, sono state spesso e volentieri(o malvolentieri) messe all’angolo dal potere dei procuratori. La gestione dei giovani si è fatta molto, anzi troppo, più difficile. Non è giustificato, e nemmeno accettabile, che un club di grande tradizione come il Milan vada a pietire l’accordo, fra l’altro strapagato, ad un ragazzo di 18 anni che sarà bravo, ma non sa nemmeno riconoscere il valore dell’attaccamento ad una maglia da quello del quattrino facile.

Se poi valutiamo la storia in termini calcistici, conviene non dimenticare la regola che un portiere vale meno di un centravanti. Il numero uno ti può salvare dai gol per non perdere. Il centravanti, con le sue reti, ti può far vincere.  I casi Donnarumma ci sono stati e ci saranno anche in futuro. Le società, in alcuni casi, riescono ad esprimere forza contrattuale che qui, invece, è stata tutta nelle mani del giocatore e del procuratore. Però sarebbe il tempo che federazione e affini cominciassero a ragionare sui costi di un club e sui vantaggi che un giovane può ricavare grazie ad un lancio nel mondo, che gli frutterà milioni per mantenere la famiglia ed altre tre generazioni.

E se vogliamo andare oltre, sarebbe tempo che ai giocatori professionisti fosse posto un limite d’età anche per concludere la carriera: non oltre i 38 anni. Il caso Totti insegna (altro pane e marmellata per i giornali). Per divertirsi ci sono le partite con gli amici.

Il dibattito è aperto.

 

di Riccardo Signori (vice-presidente vicario Ussi)