“Il calcio unisce, Eder… Quasi”

Italia-Svezia occasione per vivere all’Ambasciata di Svezia una giornata dedicata all’integrazione attraverso il gioco del calcio

ROMA, 17 giugno – Gli svedesi, meno formali di noi italiani, chiamano Residenza la loro Ambasciata e, con invidiabile spirito d’iniziativa, hanno allestito un seminario interessante dove l’incontro di calcio tra nazionali è diventato un pretesto banale per parlare di argomenti importanti.

Titolo del seminario “Il calcio unisce” con la famiglia Tardelli in cattedra: Marco campione del mondo 1982 e oggi apprezzato opinionista su Radio 1; la figlia Sara, giornalista e autrice con il papà del liro “”Tutto o niente – la mia storia”.

I pochi ospiti italiani – scelti però con cura – hanno potuto assistere a lezioni di sportività svedese. Stefan Tapper e Hans Zielinski hanno parlato delle scuole calcio del Malmoe FF; Jan Ryrlén del progetto “Noi insieme” di un’altra società calcistica svedese, l’Elfsborg; Lisa Ek, calciatrice, di come sia riuscita ad ambientarsi in fretta a Firenze.

La replica dei relatori italiani è stata interessante e coinvolgente. Dagli interventi, abbiamo estrapolato alcuni interessanti pensieri.

La partita di calcio? Per una volta passa in secondo piano: primo tempo talmente brutto che alcuni italiani, con poco rispetto verso chi li aveva invitati, hanno preferito giocare con i propri telefonini.

A Lione Italia-Svezia 1-0 gol di Eder; a Roma Svezia-Italia 1-0 e applausi agli svedesi per una giornata istruttiva e da replicare.

Ferdinando M. Aruffo

Le parole da ricordare

Robert Rydberg, Ambasciatore di Svezia in Italia: “L’Europa è un continente aperto. Il calcio aggrega e lo sport è l’incentivo naturale per l’integrazione della società”.

Diana Bianchedi, olimpionica e coordinatore generale del Comitato Roma 2024 per la candidatura olimpica: “Non unisce ssoltanto il calcio, è lo sport tutto che unisce e le Olimpiadi rappresentano l’espressione massima. Le medaglie d’oro che ho vinto sono passate in secondo piano rispetto all’emzione di stare insieme con ragazzi e ragazze di altre nazioni. Sono felice che a Rio, per la prima volta possa partecipare anche una selezione di ragazzi rifugiati. Noi che abbiamo avuto tanto dallo sport abbiamo il dovere di portare un messaggio positivo: Lo sport unisce e solo uniti si vince”.

Jasdan Khalili, giocatore dilettante arrivato in Svezia come profugo: “Sono felice di essere ritornato, invitato, a Roma, nel 2010 ero passato da profugo. Il calcio per me non è rappresentato da ventidue persone che danno calci al pallone; il calcio è amore, felicità, sogno, gioia, solidarietà, comunità. Il calcio è stato lo scudo che mi ha protetto da ciò che accadeva intorno a me e mi ha portato dalla guerra in Afghanistan a qui come quel ragazzo, Zlatan, dai sobborghi di Malmoe all’Europeo in Francia. Il calcio è strumento per costruire il futuro”.

Carlo Molfetta, olimpionico e capitano della nazionale italiana di taekwondo: “Lasciare la mia città a 16 anni e venire a Roma senza genitori è stato difficile: lo sport mi ha aiutato a integrarmi. Si combatte sul quadrato, ci si abbraccia dopo. Il mio pensiero di sport è uno sport senza frontiere. Le Olimpiadi sono state un’esperienza unica ed eravamo accomunati tutti da una parola sola: solidarietà”.

Marco Tardelli: “Lo sport è lealta, solidarietà, sogni che si realizzano. In questi giorni in Francia è riesplosa la violenza. Per me non ha senso, occorrono certezza della pena e cambio di mentalità: ci sono genitori che, soprattutto nel calcio, sono dannosi. Bisogna tornare alle cose semplici di una volta e perdersi nella concretezza di sogni”.

Riccardo Viola: “Ho avuto la fortuna di conoscere svedesi eccezionali come Nils Liedholm e Sven Goran Eriksson: la loro sportività è stata una scuola di vita. Oggi che dal calcio sono passato a occuparmi di tutti gli sport, mi sono commosso nel vedere la felicità sui volti dei ragazzi che il 25 maggio scorso sono entrati nello stadio Olimpico non per assistere a una partita di calcio ma da protagonisti per tre manifestazioni: 6000 bambini si sono esibiti in tutte le displine dello sport e ragazzi provenienti da 26 centi di accoglienza hanno potuto disputare un torneo di calcio a essi riservato”.